Tennis, soldi e potere: perché la rivolta dei giocatori contro gli Slam può cambiare tutto

Scritto il 08/05/2026
da Sporteaker team


l tennis mondiale sta vivendo una frattura che potrebbe diventare storica. Da una parte ci sono gli Slam — Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open — custodi della tradizione, dei ricavi miliardari e del prestigio assoluto. Dall’altra ci sono i giocatori, sempre più compatti nel denunciare un sistema economico che, secondo loro, distribuisce in modo profondamente ingiusto la ricchezza generata dal circuito.

Le parole pronunciate a Roma da Jannik Sinner, Aryna Sabalenka, Coco Gauff e Jasmine Paolini non sono semplici sfoghi. Sono il segnale di un malcontento strutturale che coinvolge l’intero movimento. E nel mezzo di questa battaglia si è inserito Angelo Binaghi, presidente della FITP, che ha scelto di schierarsi apertamente con gli atleti, trasformando la protesta in un’occasione politica e strategica: spingere gli Internazionali d’Italia verso il sogno di diventare il quinto Slam.

La ribellione dei giocatori

Il punto di rottura è economico. I quattro Major continuano a macinare incassi enormi attraverso diritti televisivi, sponsor e biglietteria, ma ai tennisti destinano una percentuale dei ricavi molto più bassa rispetto ai tornei ATP e WTA.

Il caso più discusso è quello del Roland Garros: secondo le accuse dei giocatori, la quota redistribuita agli atleti sarebbe attorno al 14-15%, contro percentuali ben più alte garantite in altri eventi del circuito. Roma, ad esempio, si avvicina al 22%.

Da qui nasce la minaccia di boicottaggio. Sabalenka e Gauff hanno aperto il fronte, Paolini ha confermato l’esistenza di una linea comune e Sinner ha alzato ulteriormente il livello dello scontro.

Il numero uno italiano ha parlato apertamente di “mancanza di rispetto”, sottolineando come le richieste avanzate dai top player siano rimaste senza risposte concrete per oltre un anno. Il messaggio è chiaro: senza i giocatori, gli Slam non esistono.

La presa di posizione del PAC, il Player Advisory Council dell’ATP, ha dato ulteriore peso politico alle parole di Sinner. Per la prima volta dopo anni, il fronte dei tennisti sembra davvero compatto.

Ed è proprio questa unità a spaventare il sistema.

Djokovic e il problema strutturale del tennis

Le dichiarazioni di Novak Djokovic aggiungono profondità alla questione. Il serbo, che con la PTPA aveva già tentato di costruire una sorta di sindacato alternativo dei giocatori, sostiene da tempo che il tennis sia organizzato in modo da limitare il potere degli atleti.

Secondo Djokovic, il problema non riguarda i campioni multimilionari ma la base del movimento: quei giocatori fuori dalla top 80 o top 100 che, pur essendo professionisti d’élite, spesso non riescono a coprire spese di viaggi, staff tecnico e preparazione.

Ed è qui che il tennis mostra tutta la sua anomalia rispetto agli altri sport.

Nel calcio, nel basket NBA o negli sport americani, gli atleti ricevono una fetta molto più alta dei ricavi complessivi. Inoltre hanno contratti garantiti, assistenza medica, copertura delle trasferte e strutture societarie alle spalle.

Nel tennis no.

Ogni giocatore è una piccola azienda individuale. Deve finanziare da solo allenatori, fisioterapisti, preparatori atletici e spostamenti internazionali. Se perde presto nei tornei, i guadagni evaporano rapidamente.

Dietro il glamour degli Slam esiste quindi una realtà molto meno scintillante: centinaia di professionisti che sopravvivono a fatica inseguendo ranking e qualificazioni.

Djokovic lo dice senza giri di parole: il tennis è uno dei pochi sport globali in cui gran parte dei professionisti non ha alcuna sicurezza economica.

Binaghi coglie l’occasione

In questo scenario entra in gioco Angelo Binaghi.

Il presidente della FITP ha scelto di sostenere pubblicamente le rivendicazioni dei giocatori, attaccando il “monopolio” degli Slam e denunciando gli squilibri creati dal sistema attuale.

La sua posizione non è soltanto ideologica. È anche strategica.

Da oltre un anno Binaghi lavora all’idea di trasformare gli Internazionali d’Italia in un quinto Slam. Un progetto che fino a poco tempo fa sembrava utopico, ma che oggi trova terreno fertile grazie alla crescita impressionante del tennis italiano.

L’Italia vive infatti un momento irripetibile:

Sinner è il simbolo mondiale della nuova generazione;
Musetti, Cobolli e Darderi sono stabilmente ai vertici;
Paolini è diventata una protagonista del circuito femminile;
l’Italia domina Coppa Davis e Billie Jean King Cup.

Mai il tennis italiano aveva avuto una centralità simile.

Binaghi vuole sfruttare questa ondata per rompere gli equilibri storici del tennis mondiale. Il messaggio è semplice: se gli Slam continuano a comportarsi come entità separate e privilegiate, allora è legittimo creare un’alternativa.

Il sogno del quinto Slam è davvero possibile?

Dal punto di vista politico ed economico, l’idea è affascinante. Ma gli ostacoli sono enormi.

Gli Slam non sono semplici tornei: sono istituzioni costruite in oltre un secolo di storia. Hanno un’identità culturale fortissima, date blindate nel calendario e una potenza commerciale gigantesca.

Inoltre Roma presenta limiti strutturali evidenti. Il Foro Italico ha spazi ridotti, problemi logistici e infrastrutture inferiori rispetto ai colossi australiani, americani o londinesi.

Binaghi è disposto persino a sacrificare parte del fascino storico del Pietrangeli pur di creare un impianto più moderno e competitivo. Ma trasformare un Masters 1000 in Slam richiederebbe investimenti enormi, un’espansione del calendario e soprattutto una rivoluzione politica all’interno degli organismi internazionali.

Ed è qui che emerge il nodo centrale: chi controlla davvero il tennis?

Secondo Djokovic, i giocatori hanno pochissimo potere decisionale. I tornei e le federazioni continuano a governare il sistema economico, mentre gli atleti — pur essendo il motore dello spettacolo — restano frammentati e spesso incapaci di agire come una vera categoria sindacale.

Una battaglia che va oltre i soldi

Ridurre tutto al tema dei premi sarebbe un errore. Questa battaglia riguarda il controllo del tennis del futuro.

I giocatori chiedono maggiore partecipazione alle decisioni e una redistribuzione più equa dei ricavi. Binaghi prova a sfruttare la crisi per ridefinire le gerarchie internazionali e portare l’Italia al centro del sistema.

Nel frattempo gli Slam difendono una posizione dominante costruita in decenni di storia e tradizione.

La sensazione è che il tennis sia arrivato a un bivio. Se il fronte dei giocatori resterà compatto, il sistema potrebbe essere costretto a cambiare davvero. Se invece prevarranno interessi individuali e divisioni interne, tutto tornerà come prima.

Ma una differenza rispetto al passato già esiste: oggi a parlare non sono outsider o ribelli isolati. A esporsi sono i numeri uno del tennis mondiale. E quando i migliori iniziano a mettere in discussione il sistema, nessun monopolio può sentirsi davvero al sicuro.