La scomparsa di Evaristo Beccalossi segna la fine di un’epoca romantica del calcio italiano, quella in cui il talento puro poteva bastare per accendere uno stadio e conquistare una tifoseria intera. A 69 anni, dopo un lungo periodo segnato da gravi problemi di salute, se ne va uno dei fantasisti più iconici della storia dell’Inter, un giocatore capace di dividere e incantare allo stesso tempo.
Il genio imprevedibile del calcio anni ’70 e ’80
Beccalossi non era un calciatore “normale”. Era un artista del pallone, uno di quelli che trasformavano ogni partita in uno spettacolo imprevedibile. Mancino naturale ma capace di usare entrambi i piedi, incarnava perfettamente il ruolo del trequartista: visione di gioco, dribbling e quell’eleganza che oggi si vede sempre meno.
Fu Gianni Brera a coniare per lui il soprannome “Driblossi”, una sintesi perfetta della sua essenza calcistica. Saltare l’uomo era la sua firma, il gesto tecnico che lo rendeva unico. Non sempre continuo, certo, ma proprio per questo ancora più umano e affascinante.
L’idolo nerazzurro
Il legame tra Beccalossi e l’Inter è stato qualcosa di speciale. Arrivato dal Brescia Calcio nel 1978, ha vestito la maglia nerazzurra per sei stagioni, diventando il numero 10 simbolo di una squadra che nel 1980 conquistò lo Scudetto.
In totale: oltre 200 presenze, 37 gol e momenti entrati nella memoria collettiva. Su tutti, la doppietta nel derby contro il AC Milan del 1979, giocato sotto un diluvio epico a San Siro. Gol pesanti, ma soprattutto belli — come se ogni tocco fosse pensato più per emozionare che per segnare.
Accanto a lui, nomi storici come Lele Oriali e Alessandro Altobelli correvano e lottavano. Lui, invece, “inventava”. Era il cervello creativo di quella squadra.
“In 10 o in 12: dipendeva da me”
La frase che più lo rappresenta è forse la più onesta mai pronunciata da un calciatore:
“Quando arrivavo a San Siro, i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12.”
Dentro queste parole c’è tutto Beccalossi: talento smisurato e discontinuità, genialità e fragilità. Era capace di vincere una partita da solo, ma anche di scomparire per lunghi tratti. Eppure, i tifosi lo amavano proprio per questo.
Una carriera fuori dagli schemi
Dopo l’Inter, Beccalossi ha indossato diverse maglie — tra cui UC Sampdoria e AC Monza — prima di chiudere dove tutto era iniziato: Brescia.
Un paradosso della sua carriera? Non ha mai giocato con la Nazionale maggiore italiana. Un’assenza che ancora oggi fa discutere, considerando il suo talento.
Oltre il campo
Dopo il ritiro, Beccalossi è rimasto nel mondo del calcio come opinionista e dirigente, mantenendo sempre quel tono diretto e genuino che lo aveva reso popolare anche fuori dal campo.
L’eredità di un artista
Oggi il calcio è più tattico, più fisico, più prevedibile. Giocatori come Beccalossi sembrano appartenere a un’altra dimensione: quella in cui il rischio era parte dello spettacolo e il talento non doveva chiedere permesso.
Non sarà ricordato solo per uno Scudetto o per i numeri. Ma per ciò che faceva provare. Per quell’attesa, ogni volta che toccava il pallone, di assistere a qualcosa di unico.
E forse è proprio questa la sua eredità più grande: aver reso il calcio, anche solo per un attimo, un’arte.